Sicilia Rurale

Succhi d’arancia dal 12 al 20 per cento: da solo non basta, serve pure tracciabilità

(di Angela Sciortino) Troppo bello e troppo facile. Ma purtroppo non è così. Non basterà, infatti, avere aumentato al 20% per legge la percentuale minima di succhi nelle aranciate per risollevare le sorti dell’agrumicoltura siciliana e italiana. La filiera agrumicola, come gran parte delle persone di buon senso, ha sottolineato quanto sia fallace l’interpretazione semplicistica fornita da alcuni soggetti del mondo agricolo e non ci sta. Pur accogliendo con soddisfazione la decisione di aumentare la percentuale di succo nelle bibite dal 12% al 20%, si legge nella nota diffusa da Agrinsieme (il coordinamento costituita da Cia, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle cooperative agroalimentari (Agci-Agrital, Fedagri-Confcooperative e Legacoop agroalimentare) ritiene che si tratta di percentuali ancora troppo basse. E che, comunque, sia il caso di fare chiarezza. Senza la tracciabilità del prodotto è praticamente impossibile garantire l’impiego di succo proveniente dalle produzioni italiane e siciliane e sta solo alla sensibilità etica delle aziende produttrici di bibite decidere se utilizzare succo italiano o approvvigionarsi all’estero. Una normativa chiara sulla tracciabilità del prodotto trasformato è stata da anni chiesta da tutta la filiera agrumicola, ma ancora non se ne fa nulla. Nel frattempo è stata però concessa per altre importanti filiere di prodotti nostrani come pasta, latte, pomodoro.

Inoltre, viene ricordato nella nota, la legge che impone l’aumento della percentuale minima di succo al 20 per cento è entrata in vigore solo in l’Italia e tale provvedimento non può considerarsi assolutamente risolutivo. Non lo è per la tutela dei consumatori, né per la valorizzazione dell’agrumicoltura italiana e della Sicilia, la regione più agrumetata d’Italia (circa il 58% della produzione nazionale viene dalla Sicilia).

Senza ulteriori interventi, dunque, la normativa entrata in vigore appare come una vittoria di Pirro sulla quale alcuni fanno solo un’operazione di marketing (il riferimento è alla Coldiretti) dimenticando di chiarire al consumatore e alla filiera agrumicola che il percorso è monco e pertanto c’è poco di cui vantarsi. Un’operazione che la filiera agrumicola siciliana non può permettersi.

Afferma Agrinsieme: «L’aumento della percentuale minima di succo nelle aranciate prodotte e vendute in Italia, senza però indicare la provenienza delle arance, rischia di diventare la vittoria dei furbi. Una novità che in realtà va a scapito dei produttori agrumicoli italiani e siciliani in particolare, che da anni si battono non solo per il sacrosanto innalzamento della percentuale di succo di vere arance nelle bevande, ma anche perché nell’etichetta ne sia inequivocabilmente indicata la provenienza. La norma recentemente approvata è solo un piccolo passo verso il riconoscimento delle ragioni del comparto agrumicolo. Se non c’è certezza sulla provenienza delle arance destinate alla trasformazione in bevande, nulla vieta alle industrie di comprare a prezzi bassi arance estere o addirittura succhi esteri per raggiungere la percentuale del 20% beffando così produttori agrumicoli e consumatori: con i primi che non avranno nessun beneficio commerciale dall’applicazione della nuova norma e con i secondi che consumeranno bevande prodotte in Italia con arance estere. Inoltre, l’applicazione confinata all’Italia della nuova norma può portare rapidamente le industrie di trasformazione a spostare fuori dai nostri confini le proprie aziende. La vera svolta sarebbe arrivare al 100% di succo di arance italiane nelle bevande e le nostre Organizzazioni si batteranno affinché si possa raggiungere presto questo obiettivo».

«Per valorizzare la produzione agrumicola siciliana – afferma Federica Argentati, presidente del Distretto Agrumi di Sicilia al quale aderiscono i Consorzi di tutela delle produzioni Dop, Igp e Bio oltre che Organizzazioni Produttori, Aziende singole di produzione, commercio e trasformazione della logistica e dei servizi – è certamente necessario ottenere una normativa chiara sulla tracciabilità, ma anche lavorare per chiudere un accordo di filiera condiviso fra produttori e industriali, dando vita a un monitoraggio serio e preciso della produzione che può essere conferita per la realizzazione di succo, non solo dalle produzioni d’eccellenza (Dop, Igp e Bio) ma anche da quelle non certificate comunque prodotte in Sicilia. Solo così potremmo garantire ai trasformatori, e dunque ai produttori di bibite, i quantitativi necessari di succo italiano e siciliano. Inoltre, serve anche una grande campagna di comunicazione istituzionale verso i consumatori che valorizzi il prodotto agrumicolo siciliano ed evidenzi le proprietà benefiche per la salute degli agrumi nostrani».

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